sabato 17 novembre 2007

XXXIII° Domenica Tempo Ordinario - Anno C

letture: Ml 3, 19-20; Sal 97; 2 Ts 3, 7-12; Lc 21, 5-19

Una vita al fotofinish

“Alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre, dei doni votivi che lo adornavano” (Lc 21,5)…il Signore lo sa che agli uomini di oggi, come a quelli di allora, interessa più parlare dell’esterno che dell’interno…o forse non è questione di piacere, piuttosto di comodità, di tranquillità.
Ed è inevitabile che le Sue parole ci stuzzichino, ci ridestino riportandoci ad una realtà che va scrutata e interrogata nel modo giusto. Ricordando ai suoi uditori la precarietà della vita terrena Gesù non vuole spaventarli e allarmarli: farebbero la fine di quei Tessalonicesi che, nell’attesa della per loro imminente fine del mondo, non si danno più pena né di lavorare, né di progettare, ma anzi “vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione” (2Ts 3,11).
Alla richiesta di segni, del “quando” arriverà la fine, Gesù risponde indicando il “come”: sì, ci saranno guerre e rivoluzioni ma non sarà lì; ci saranno terremoti, carestie e pestilenze ma neppure allora sarà l’inizio della fine; fatti terrificanti e segni nel cielo ma niente…certo ci farebbe comodo sapere il momento preciso, così potremmo prepararci all’ultimo minuto e con un colpo di reni tentare di spuntarla al fotofinish ma niente…l’inizio sì avrà qui e adesso, in questa vita, quando “metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno a causa del Suo nome” (cfr. Lc 21,12)…ma anche allora sarà il “come” ad essere importante. Se cioè questi fatti che colpiscono la nostra vita saranno vissuti come “occasione di rendere testimonianza” (Lc 5,13).
E sappiamo che anche oggi le persecuzioni sono molte: magari non siamo chiamati in causa “fisicamente” ma il nostro tempo ci chiede costantemente di rendere testimonianza della nostra fede con la vita. Proprio la precarietà che sperimentiamo può essere “occasione” se viviamo intensamente ogni singolo momento invece di disperderci e vivere senza progettare, se dando un calcio alla pigrizia e all’ozio ci rimbocchiamo le maniche e andiamo incontro all’eredità che ci aspetta…quella che ci saremo costruiti qui ed oggi vivendo da Figli di Dio, come Cristo.

sabato 10 novembre 2007

XXXII° Domenica Tempo Ordinario - Anno C

letture: 2Mac 7, 1-2. 9-14; Sal 16; 2 Ts 2,16-3,5; Lc 20, 27-38

Il Dio dei Figli

Certo il tema delle letture di questa domenica è uno dei più avvincenti ma anche dei meno esplorati ed esplorabili dalla fede cattolica: la risurrezione dai morti, o meglio la risurrezione della carne.
Come per tutte le realtà ultime, quelle che solo l’occhio della fede può indagare, ci troviamo nell’impossibilità di fare delle enunciazioni certe e ovvie: possiamo solo balbettare quello che per fede e per rivelazione siamo riusciti a capire…

Innegabile il fascino che la forza e la fede dei sette fratelli maccabei e della loro madre suscita in ognuno di noi: coraggiosamente vanno incontro alla morte per rimanere fedeli alle promesse che i loro padri fecero a Jhwh, per non infrangere il patto sancito con il loro Dio.
Mossi dagli stessi sentimenti di fedeltà alla legge si muovono anche i sadducei del Vangelo: essi però, a differenza dei sette fratelli, per rimanere ciecamente fedeli ad una legge si sono dimenticati cosa questa legge prometteva.
Così se gli uni erano pronti a morire piuttosto che trasgredire le patrie leggi e “giocarsi” la vita eterna (2Mac 7,8-9), gli altri si sono esclusi a priori l’accesso a questa vita negandola. (“i quali negano vi sia la risurrezione”, Lc 20,27).
Di tutta la vicenda che il Vangelo di oggi racconta vorrei porre l’attenzione sulla risposta di Gesù per evidenziare “balbettando” alcuni concetti che ritengo utili per la mia vita.
“Coloro che sono giudicati degni della resurrezione dai morti non prendono moglie né marito” (Lc 20,35).
Letta così quest’affermazione non potrebbe far altro che spaventarci: chi di noi, partendo da questa vita, non vorrebbe avere almeno la consolazione di andare in un luogo amico dove, oltre al Buon Dio, ci siano tutte le persone care alle quali ha voluto bene qui in terra? Chi di noi, spendendo forze e energie in questa vita per i propri affetti e amori, se la sentirebbe di rinunciare a tutto per una vita eterna che neppure immagina?
Fermandoci a questo la “vita eterna” tanto sperata sarebbe angosciante qui in terra e crudele lassù in cielo: niente più moglie, niente marito, niente figli, ma neppure più amici, amori…
Possiamo però scorgere un altro significato, o meglio il vero significato, delle parole di Gesù: nessuno potrà più prendere moglie e marito perché chi sarà stato marito lo rimarrà, chi moglie idem, chi figlio anche e chi amico lo rimarrà per sempre. Questo perché la vita eterna non è la nostra vita che viene azzerata per entrare in un’altra, ma è questa nostra vita che “diventa altra”.
Risulta allora evidente che ad essere chiamata in causa è la nostra collaborazione fin da ora a questa nostra vita eterna, che non va aspettata come qualcosa che non possiamo evitare ma va costruita come se fosse il nostro patrimonio futuro.
Ecco perché la risposta di Gesù continua dicendo “coloro che sono giudicati degni sono uguali agli angeli e sono figli di Dio” (Lc 20,36): non è scontato entrare in questa vita eterna perché è frutto di un giudizio basato su come avremo vissuto da Figli di Dio (già ora lo siamo ma forse non sempre lo viviamo).
Ci possono essere utili altre due considerazioni: la prima a riguardo della resurrezione della carne, dove per carne non intendiamo solo questo nostro corpo fatto di ossa e muscoli (per chi li ha?!) ma tutta la nostra storia, i nostri affetti, gli amori, le gioie e le sofferenze…saranno queste cose ad accompagnarci anche nella vita eterna, queste presenteremo nel nostro incontro con Dio e queste saranno rese terne.
La seconda riguarda il luogo dove trascorreremo la nostra vita eterna: appunto, nessun luogo. La vita eterna, se è comportarsi da Figli di Dio sarà l’essere accolti in lui da Figli, “contemplare il suo volto e al risveglio saziarci della sua presenza” (Sal 16,15).
La nostra vita eterna sarà dunque l’essere in Dio, e come Dio non è lontano da noi, così anche i nostri cari che a quest’incontro con Dio ci hanno preceduti.

“Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui” (Lc 20,38)
I sadducei erano gia morti alla vita eterna prima di interrogare Gesù, perché il loro intento era quello di trarlo in inganno e non di imparare da lui. Il rischio per noi oggi è lo stesso: accostarci a Gesù non per imparare da lui ad essere Figli e così entrare nella vita vera già ora ma provocarlo a darci le risposte che vogliamo sentirci dare da un dio fatto a misura da noi e per noi…non quindi noi che viviamo per lui ma lui che vive per noi…quando sappiamo che in realtà lui per noi ha fatto ben altro!!

sabato 27 ottobre 2007

XXX° Domenica Tempo Ordinario - Anno C

letture: Sir 35, 12-14.16-18; Sal 33; 2 Tm 4,6-8.16-18; Lc 18, 9-14

“La tua parola nel rivelarsi illumina”


“La tua parola nel rivelarsi illumina” (Salmo 118,113): sono le prime parole che la meditazione di questo brano evangelico ha riportato alla mia mente.
La parola Gesù mette a nudo il nostro modo di pensare per farci toccare con mano quanto poco evangelici possiamo essere pur nella convinzione di non essere poi dei cattivi cristiani. Quanti di noi, leggendo questo brano di Vangelo, possono dire di non aver fatto, in cuor loro, questa preghiera: “Grazie Signore perché non sono come questo fariseo antipatico che oltre a non saper pregare disprezza questo povero pubblicano..” eccoci svelati a noi stessi per quello che neppure lontanamente pensavamo di essere: dei nuovi farisei lontani dal modo di pensare di Gesù e lontani dal suo modo di pregare, ai quali egli stesso “dedica” questa parabola (per quelli che “disprezzano gli altri”, Lc 18,9).
E ancora: Gesù racconta questa parabola anche per coloro che “pensano di essere giusti” (Lc 18,9). Se guardiamo ai due differenti modi di pregare che utilizzano il fariseo e il pubblicano ci accorgiamo di una cosa: entrambi dicono la verità (il fariseo non mente quando dice che digiuna 2 volte la settimana, paga la decima, non è adultero… e il pubblicano riconosce giustamente di essere un pubblico peccatore): in questo si possono dire giusti ma alla maniera umana, che conta i crediti e i debiti e stabilisce una giustizia “da mercato”, a tanto corrisponde tanto.

Nei due differenti modi di pregare notiamo che il fariseo parte bene con l’intenzione di ringraziare Dio ma poi si perde in uno sterile elenco di cose che non sono lui e che non lo riguardano: la sua preghiera è infatti in negativo (“ti ringrazio perché non sono adultero, ladro, ingiusto”)…la preghiera del pubblicano parte invece dalla considerazione di sé e riconosce il suo stato di peccatore al quale non può togliere nulla se non con la misericordia e la giustizia di Dio, non degli uomini.

Ecco ritornare anche questa domenica il tema del giusto giudice, colui che non fa preferenza di persona e che ascolta la preghiera del misero e di colui che come il pubblicano di sfoga nel lamento e venera Dio invece che se stesso, di colui che nell’UMILTA’ riconosce di non poter aggiungere o togliere nulla alla propria condizione di peccatore bisognoso della misericordia di Dio.

Se ci si accosta alla Parola con l’umiltà e la disponibilità di essere modellati da Essa, dal Verbo di Dio fattosi uomo, Gesù, non si può che “tornare a casa giustificati” (Lc 18,14) e consapevoli del fatto che “la nostra preghiera avrà penetrato le nubi per giungere all’Altissimo” (Sir 35,17-18): come san Paolo potremo dire allora che le nostre vele si saranno spiegate proprio nel momento in cui tutto attorno ci diceva che il nostro viaggio stava per terminare: riconoscere con umiltà e verità che si è piccoli davanti a Dio e bisognosi della sua grazia è il punto di partenza per ogni buona preghiera.

domenica 14 ottobre 2007

XXVIII° Domenica Tempo Ordinario - Anno C

letture: 2Re 5,14-17; 2Tm 2,8-13; Lc 17,11-19

Chiamati all’Eucaristia,
chiamati al Rendimento di Grazie.

dalla fede alla guarigione…

Seguiamo, come i discepoli, Gesù nel suo viaggio che lo porta verso la passione, morte e resurrezione nella città di Gerusalemme…siamo con Lui per strada quando, d’improvviso, ecco comparire questo gruppo di dieci lebbrosi mossi dal vivo desiderio e dalla speranza che questo incontro con il Maestro possa cambiare la loro vita.Questo gruppo omogeneo mostra chiaramente di aver coscienza della propria condizione: si riconoscono per ciò che sono, lebbrosi esclusi dalla comunione con tutti gli altri uomini, dall’amore di Dio che li ha voluti in quella penosa situazione (pensiero che più volte trova dimora nella nostra mente) tanto da non osare avvicinarsi a Gesù (Lc 17,12).Nel comune stato di abbandono e miseria riconoscono di avere una identità comune e solidarizzano tra loro riconoscendosi un tutt’uno (“abbi pietà di noi”) anche nella comune domanda che non è, come tutti ci aspetteremmo, “Guariscici!” ma “Abbi pietà”, cioè “Consideraci, almeno tu che sei Buono, perché di te ci fidiamo”.Quello che chiedono non è espressamente un miracolo, ma il modo in cui lo chiedono, la fede che dimostrano in Gesù Cristo, lo fanno diventare tale.

…e dalla salvezza al rendimento di grazie!

Per fede tutti e dieci hanno cercato l’incontro con Gesù e per fede hanno intrapreso il viaggio verso i sacerdoti che dovevano accertarne la guarigione e consentirne il reinserimento nella società. Ed è ancora la fede che garantisce la guarigione di tutto il gruppo. Ma solo uno si apre alla lode di Dio e al ringraziamento di Gesù (Lc, 17,15-16), proprio colui che nella fede aveva dovuto fare un doppio salto nel buio: al rischio di presentarsi davanti ai sacerdoti ancora lebbroso si aggiunge per lui l’ostacolo di essere un Samaritano, un uomo di “serie B”, colui che con i sacerdoti non doveva avere nulla a che fare (ricordiamo la parabola del Buon Samaritano, Lc 10,30-37) e che niente di buono poteva sperare da essi.Per questo samaritano la salvezza dalla lebbra è solo il segno di un’altra salvezza ben più importante, quella di Cristo e di noi cristiani. Come per Naaman il Siro (2Re 5) sembra quasi che lo straniero, colui che non è abituato a trattare con il Signore, colui che ancora non si è adagiato nella routine di un incontro come se fosse “il solito incontro”, sia privilegiato e facilitato nel riconoscersi in tutto debitore e quindi aperto alla lode e al ringraziamento.

Se allora riconosciamo nel nostro atteggiamento verso Dio di aver smarrito il senso del gratuito, se rivediamo nelle nostre azioni la speranza o la pretesa di una ricompensa ci vengano in aiuto gli esempi di questi uomini per i quali il ritorno alla vita è coinciso con la consapevolezza di essere salvati non per merito ma per dono.

mercoledì 26 settembre 2007

Anno di grazia 1226...


Anno di grazia 1226. Ad Assisi è una bella giornata d'autunno, d'inizio Ottobre; di quelle che il sole, passando per le poche foglie che ancora vestono gli alberi, colora d'arcobaleno la terra.
Francesco…… è il mio nome e come il Signore mi indicò rivolgo a voi il mio saluto:

Il Signore vi dia pace! (FF 1428)

La gente, i miei amici credono che io non ci sia più, che sia morto. Forse è così, forse quando hanno deposto il mio corpo nudo sulla terra nuda hanno veramente pensato che il figlio di Bernardone non fosse più; hanno pensato davvero che la bella storia dei compagni del Matto d'Assisi fosse destinata a spegnersi, come il sole di questo tramonto, ma forse non ricordavano che anche i matti hanno un Dio e che quel Dio non è poi così lontano.
Quante volte ho pianto e quante lacrime calde sono cadute sulle mie guance per la felicità che ogni giorno provavo nel vedere con questi occhi discendere dal cielo il Figlio di Dio, Gesù, che per le parole e le mani del sacerdote prende vita sull'altare.
Mistero. Così lo chiamiamo e lo è veramente, ma anche il mio lo è; mistero di me che amo una Persona che per starmi vicina si nasconde sotto poca apparenza di pane (FF 221).
Troppe volte da giovane ho rischiato con il mio cuore pesante di passare accanto alla verità e non riconoscervi il Figlio di Dio. Cercavo un re, un signore potente da servire e da seguire, così il mio sguardo era sempre rivolto in alto, ma ancora non sapevo quanto diverse fossero le sue vie.
Il Signore che mi ha chiamato perché lo seguissi non è venuto a me nello splendore della sua maestà ma sotto umili apparenze.
E come un tempo si umiliò quando dal seno del Padre scese e si fece toccare da mani d'uomo così anche oggi sono quelle stesse mani d'uomo che lo rendono visibile, le mani di quel sacerdote che tocca il verbo di vita e che possiedono un potere sovrumano (FF 790). Ma ciò che i sensi vedono di Lui in questo mondo non è più neppure un corpo umano ma semplice forma e alimento.
Quando Greccio si è svegliata alle prime luci di un'alba artificiale, di una notte che buia più non era, per osservare con i suoi occhi la dolcezza del primo presepio c'erano uomini e donne di ogni paese vicino, frati di tutte le nazioni riuniti per vedere con gli occhi del corpo il Bambino di Betlemme…. Ne è passata di acqua sotto i ponti di Rivotorto e quell'acqua non solo ha trasformato la mia piccola Assisi, ma ha cambiato anche me: ho imparato a guardare non più con questi poveri sensi ma a chiederli in prestito al Padre mio, che mi dà la grazia di riconoscere suo Figlio nel mistero del pane spezzato.
Anche Greccio è cambiata ma le persone sono rimaste quelle, ancora raccolte per vedere, per incontrare il Signore. Dove prima sorgeva la greppia col fieno ora c'è un altere ed è sopra quell'altare che oggi come allora è il Signore Dio che si offre a noi come a dei figli (FF 216); Per questo fratelli vi scongiuro con tutto il cuore di alimentare sempre l'amore che provate per il santissimo corpo e sangue di Gesù (FF 217).
E' un mistero e lo è veramente! Un mistero d'amore che mi ha fatto dire sì per la vita e che anche nella morte ha guidato i miei passi ciechi sulla sua via.
Oggi come 700 anni fa sorella morte ha adagiato le sue labbra sulla mia pelle. Ho lasciato che il mio corpo si addormentasse nel Signore e che la mia anima si sciogliesse dalla carne per venir sommerso nell'abisso della chiarità eterna (FF 1388).
Così il Signore mi ha afferrato nella sua bontà e santità. Io che non avendo più nulla di mio tutto possiedo in questo Dio che, povero a sua volta, si consegna interamente all'uomo.
E la mia sola risposta è stata un libero canto:

"Nulla di voi trattenete per voi,
affinché totalmente vi accolga
colui che totalmente a voi si offre"
(FF 221)

e di poi, felicemente, son volato a Dio (FF 810).

frate Francesco piccolino

C’era una volta…

“C’era una volta un re,
seduto sul sofà,
diceva alla sua bella:
“Raccontami una storia”,
La storia incominciò…”

Quante volte, da piccoli, abbiamo cantato questa filastrocca, aspettando l’inizio, o la fine, di una storia che poi non veniva mai.
E quante altre magari abbiamo aspettato che avvenisse la stessa cosa nella nostra vita, che cioè prendesse inizio una storia tutta speciale, scritta apposta per noi.
Fortunatamente qualche volta questa storia ha inizio così per caso (o forse no), proprio come è avvenuto per Francesco quando un illustre scrittore, Dio, ha tracciato questi primi segni sulla pagina ancora bianca della sua santità…

“C’è ancora nebbia sulla piana di Assisi, là oltre le mura, un po’ più giù delle ultime propaggini dei boschi del monte Subasio.
Una nebbia soffice, come un velo leggero che impedisce a Francesco la vista della bella città che ancora dorme sotto i raggi del debole sole primaverile.
Lì attorno tutto è silenzio, calma, solitudine; solo un tintinnio lontano di campanelli stonati che seguono l’andatura zoppicante del solito lebbroso, scomodo alla vista quanto alla sua stessa vita.
“Bella fortuna” – deve aver esclamato Francesco pensando al suo veloce cavallo.
Per un breve istante il pensiero di fuggire si è fatto strada nel suo cuore … giusto il tempo di chiudere gli occhi e abbandonarsi a un impulso irrefrenabile, giusto il tempo di aprirsi all’Amore.
Allenta la presa sulle briglie dell’animale, scivola lentamente dalla sella fino a trovarsi occhi negli occhi, bocca a bocca con quel Cristo pellegrino che ha voluto incrociare la sua strada.”

Una storia speciale, un incontro che ha cambiato la sua e la nostra vita.
Incontri che segnano il nostro passaggio in questa vita, che ci accompagnano a patto che ci decidiamo a collaborare, a muoverci e, in una parola, a VIVERLI…
Incontri speciali raccolti in questo spazio che, per quanto possono, danno testimonianza del loro Amore per la vita, per Dio e i fratelli.