Musica & Parole - Luce dalle stelle
“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”…
La leggerezza della parola pronunciata cerca da sempre una forma tangibile attraverso la quale relazionarsi, confrontarsi, una presenza fisica che le dia una testimonianza veritiera. Come Gesù, il Verbo del Padre, che per manifestare al mondo il suo amore lo “pronuncia” con le parole, coi fatti, con le opere, ma ancor più con la sua stessa presenza.
“A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di essere figli di Dio”… a noi che però troppo spesso dimentichiamo il potere di questo strumento che è solo umano, la parola. Dimentichiamo che il potere immenso che ha è una lama a doppio taglio che può finire per ferirci e ferire quando non la sappiamo maneggiare con cura e ne mutiamo la natura. Perchèogni parola detta non per svelare ma per nascondere, ogni frase costruita per demolire, attaccare, assomiglia ad una luce malata, un fuoco fatuo destinato a spegnersi. Di ben altra luce brillano invece le parole destinate a rischiarare e guidare: è la luce di certe stelle che seppur lontanissime continuano a guidare, seppur già morte rimangono fisse in cielo per tutti quei pellegrini e naviganti che mai si stancano di ricercare la verità.
Non accontentiamoci di dare o ricevere piccoli bagliori perchè due mezze bugie non hanno mai costruito una verità… cerchiamo la luce delle stelle, immutabile, semplice, vera.
Francesco Sarcina, Odio le stelleTesto e musica: F. Sarcina
Francesco Sarcina, Io (2014)
Francesco Sarcina, Io (2014)
Odierò le parole della gente
che critica e giudica
sempre quando poi non si è presenti
così parlano e inventano
ma perciò che in fondo più li spaventa
morirei come muoion certe stelle
che brillano per secoli
dando vita a tutti i nostri sogni
Chiudo gli occhi e penso a te
adesso che non sei più qui
che non sei più qui con me
così ti cerco e scriverò
una canzone su di noi
su ciò che in fondo resterà
e son sicuro resterà
come una spina che non sa
che non sa come andar via
Amerò come amano le stelle
che danzano per secoli
dando vita a tutti i nostri sogni
poi ridono e si spogliano
ma chissà perché nessuno le ricorda
Chiudo gli occhi e penso a te
adesso che non sei più qui
che non sei più qui con me
così ti cerco e scriverò
una canzone su di noi
su ciò che in fondo resterà
e son sicuro resterà
come una spina che non sa
che non sa come andar via
Chiudo gli occhi e penso a te
adesso che non sei più qui
che non sei più qui con me
così ti cerco e scriverò
una canzone su di noi
su ciò che in fondo resterà
e son sicuro resterà
come una spina che non sa
che non sa come andar via
Amerò come amano le stelle
Una mascherina sottile, color nero, calata sugli occhi a celare un’identità meschina vissuta alle spalle delle persone oneste: se chiudo gli occhi e cerco di figurarmi un ladro eccolo; un dipinto nitido, un po’ da fumetto, modello banda Bassotti, ma è così che me lo vedo aggirarsi per le vie buie delle città. Oppure il gentiluomo che “ruba ai ricchi per dare ai poveri”, un Robin Hood paladino della giustizia “fatta in casa”.
“Il parrocchetto è fedele alla sua compagna al cento per cento, finché rimangono chiusi nella stessa gabbia”… la questione della fedeltà, ce lo insegna bene Gesù, non si risolve “semplicemente” con il non aver commesso materialmente il fatto… è ben più complicata e tocca l’intera sfera dei desideri e delle intenzioni più profonde per le quali decidiamo di unire la nostra vita a quella di qualcun altro (chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore). Se infatti a mancare non è il desiderio di trovarsi con un’altra persona che non sia l’amato ma la possibilità materiale di farlo, ecco che la nostra infedeltà è già stata pensata, covata e consumata… e non ci è meritorio neppure il fatto di aver costruito da noi quelle sbarre che ci impediscono di farlo, di uscire dalla gabbia dorata attorno a noi.
Onora il padre e la madre… è una sorta di esortazione a dimostrare rispetto per tutto ciò che non abbiamo visto ma che la realtà ci dice essere stato fatto…
Là fuori c’è di tutto: divertimento gioia, sballo, stordimento… ma quello che porto dentro è più grande, bello, intenso, importante e feroce; per troppo tempo è rimasto sedato, sepolto sotto l’indifferenza mia e di questa realtà in cui vivo, che mi chiede di dare fondo alle mie energie e risorse nel tentativo di stare al suo passo… quello stesso che poi non porta da nessuna parte, che ci chiede di essere sempre “up”, sempre pronti a rispondere ai suoi impulsi senza mai un attimo di tregua, senza un minuto per noi, per guardarci dentro e scoprire che lì c’è un urlo che aspetta di essere liberato e che vuole liberarci: SCEMO!! Già, a volte ciò che cerchiamo e facciamo è scemo, non lascia traccia ma solo vuoto; scemo, è quello che mi ripeto quando perdo tempo in cose che non mi migliorano, quando levando lo sguardo al cielo chiedo a Dio che queste lacrime e solo loro possano essere la nostra compagnia, mia e sua, il nostro momento di fermo e pausa, il nostro punto a fine riga.
Io… pronome personale spesso sottinteso e molto più spesso espresso come soggetto delle nostre frasi, azioni, pensieri… di quelli belli, di quelli edificanti… di quelli che facciamo per propaganda e pubblicità personale…
Due sono, da sempre, le immagini che l’uomo si è fatto di Dio: o è onnipotente o non conta nulla, o c’è e può tutto o se non fa niente non esiste… e tra questi due poli ecco che stupendamente Gesù ci rivela l’unico volto del Padre, quello di un innamorato che per amore fa tutto, sempre, a più riprese, incurante degli insuccessi. E non ci scandalizzi parlare di un Dio che fallisce perché, seppure sia onnipotente, non può di certo fare tutto… non può fare la sua e la nostra parte, per questo aspetta una risposta… proprio come un innamorato, che ha il potere di mettere sul piatto della bilancia solo la metà dell’amore, pregando, sperando che l’altra metà gli arrivi come un dono, il regalo più bello dalla persona che più ama e che sola può donare l’equilibrio a quella bilancia che è la vita.