sabato 27 ottobre 2007

XXX° Domenica Tempo Ordinario - Anno C

letture: Sir 35, 12-14.16-18; Sal 33; 2 Tm 4,6-8.16-18; Lc 18, 9-14

“La tua parola nel rivelarsi illumina”


“La tua parola nel rivelarsi illumina” (Salmo 118,113): sono le prime parole che la meditazione di questo brano evangelico ha riportato alla mia mente.
La parola Gesù mette a nudo il nostro modo di pensare per farci toccare con mano quanto poco evangelici possiamo essere pur nella convinzione di non essere poi dei cattivi cristiani. Quanti di noi, leggendo questo brano di Vangelo, possono dire di non aver fatto, in cuor loro, questa preghiera: “Grazie Signore perché non sono come questo fariseo antipatico che oltre a non saper pregare disprezza questo povero pubblicano..” eccoci svelati a noi stessi per quello che neppure lontanamente pensavamo di essere: dei nuovi farisei lontani dal modo di pensare di Gesù e lontani dal suo modo di pregare, ai quali egli stesso “dedica” questa parabola (per quelli che “disprezzano gli altri”, Lc 18,9).
E ancora: Gesù racconta questa parabola anche per coloro che “pensano di essere giusti” (Lc 18,9). Se guardiamo ai due differenti modi di pregare che utilizzano il fariseo e il pubblicano ci accorgiamo di una cosa: entrambi dicono la verità (il fariseo non mente quando dice che digiuna 2 volte la settimana, paga la decima, non è adultero… e il pubblicano riconosce giustamente di essere un pubblico peccatore): in questo si possono dire giusti ma alla maniera umana, che conta i crediti e i debiti e stabilisce una giustizia “da mercato”, a tanto corrisponde tanto.

Nei due differenti modi di pregare notiamo che il fariseo parte bene con l’intenzione di ringraziare Dio ma poi si perde in uno sterile elenco di cose che non sono lui e che non lo riguardano: la sua preghiera è infatti in negativo (“ti ringrazio perché non sono adultero, ladro, ingiusto”)…la preghiera del pubblicano parte invece dalla considerazione di sé e riconosce il suo stato di peccatore al quale non può togliere nulla se non con la misericordia e la giustizia di Dio, non degli uomini.

Ecco ritornare anche questa domenica il tema del giusto giudice, colui che non fa preferenza di persona e che ascolta la preghiera del misero e di colui che come il pubblicano di sfoga nel lamento e venera Dio invece che se stesso, di colui che nell’UMILTA’ riconosce di non poter aggiungere o togliere nulla alla propria condizione di peccatore bisognoso della misericordia di Dio.

Se ci si accosta alla Parola con l’umiltà e la disponibilità di essere modellati da Essa, dal Verbo di Dio fattosi uomo, Gesù, non si può che “tornare a casa giustificati” (Lc 18,14) e consapevoli del fatto che “la nostra preghiera avrà penetrato le nubi per giungere all’Altissimo” (Sir 35,17-18): come san Paolo potremo dire allora che le nostre vele si saranno spiegate proprio nel momento in cui tutto attorno ci diceva che il nostro viaggio stava per terminare: riconoscere con umiltà e verità che si è piccoli davanti a Dio e bisognosi della sua grazia è il punto di partenza per ogni buona preghiera.

domenica 14 ottobre 2007

XXVIII° Domenica Tempo Ordinario - Anno C

letture: 2Re 5,14-17; 2Tm 2,8-13; Lc 17,11-19

Chiamati all’Eucaristia,
chiamati al Rendimento di Grazie.

dalla fede alla guarigione…

Seguiamo, come i discepoli, Gesù nel suo viaggio che lo porta verso la passione, morte e resurrezione nella città di Gerusalemme…siamo con Lui per strada quando, d’improvviso, ecco comparire questo gruppo di dieci lebbrosi mossi dal vivo desiderio e dalla speranza che questo incontro con il Maestro possa cambiare la loro vita.Questo gruppo omogeneo mostra chiaramente di aver coscienza della propria condizione: si riconoscono per ciò che sono, lebbrosi esclusi dalla comunione con tutti gli altri uomini, dall’amore di Dio che li ha voluti in quella penosa situazione (pensiero che più volte trova dimora nella nostra mente) tanto da non osare avvicinarsi a Gesù (Lc 17,12).Nel comune stato di abbandono e miseria riconoscono di avere una identità comune e solidarizzano tra loro riconoscendosi un tutt’uno (“abbi pietà di noi”) anche nella comune domanda che non è, come tutti ci aspetteremmo, “Guariscici!” ma “Abbi pietà”, cioè “Consideraci, almeno tu che sei Buono, perché di te ci fidiamo”.Quello che chiedono non è espressamente un miracolo, ma il modo in cui lo chiedono, la fede che dimostrano in Gesù Cristo, lo fanno diventare tale.

…e dalla salvezza al rendimento di grazie!

Per fede tutti e dieci hanno cercato l’incontro con Gesù e per fede hanno intrapreso il viaggio verso i sacerdoti che dovevano accertarne la guarigione e consentirne il reinserimento nella società. Ed è ancora la fede che garantisce la guarigione di tutto il gruppo. Ma solo uno si apre alla lode di Dio e al ringraziamento di Gesù (Lc, 17,15-16), proprio colui che nella fede aveva dovuto fare un doppio salto nel buio: al rischio di presentarsi davanti ai sacerdoti ancora lebbroso si aggiunge per lui l’ostacolo di essere un Samaritano, un uomo di “serie B”, colui che con i sacerdoti non doveva avere nulla a che fare (ricordiamo la parabola del Buon Samaritano, Lc 10,30-37) e che niente di buono poteva sperare da essi.Per questo samaritano la salvezza dalla lebbra è solo il segno di un’altra salvezza ben più importante, quella di Cristo e di noi cristiani. Come per Naaman il Siro (2Re 5) sembra quasi che lo straniero, colui che non è abituato a trattare con il Signore, colui che ancora non si è adagiato nella routine di un incontro come se fosse “il solito incontro”, sia privilegiato e facilitato nel riconoscersi in tutto debitore e quindi aperto alla lode e al ringraziamento.

Se allora riconosciamo nel nostro atteggiamento verso Dio di aver smarrito il senso del gratuito, se rivediamo nelle nostre azioni la speranza o la pretesa di una ricompensa ci vengano in aiuto gli esempi di questi uomini per i quali il ritorno alla vita è coinciso con la consapevolezza di essere salvati non per merito ma per dono.