“La tua parola nel rivelarsi illumina”

“La tua parola nel rivelarsi illumina” (Salmo 118,113): sono le prime parole che la meditazione di questo brano evangelico ha riportato alla mia mente.
La parola Gesù mette a nudo il nostro modo di pensare per farci toccare con mano quanto poco evangelici possiamo essere pur nella convinzione di non essere poi dei cattivi cristiani. Quanti di noi, leggendo questo brano di Vangelo, possono dire di non aver fatto, in cuor loro, questa preghiera: “Grazie Signore perché non sono come questo fariseo antipatico che oltre a non saper pregare disprezza questo povero pubblicano..” eccoci svelati a noi stessi per quello che neppure lontanamente pensavamo di essere: dei nuovi farisei lontani dal modo di pensare di Gesù e lontani dal suo modo di pregare, ai quali egli stesso “dedica” questa parabola (per quelli che “disprezzano gli altri”, Lc 18,9).
E ancora: Gesù racconta questa parabola anche per coloro che “pensano di essere giusti” (Lc 18,9). Se guardiamo ai due differenti modi di pregare che utilizzano il fariseo e il pubblicano ci accorgiamo di una cosa: entrambi dicono la verità (il fariseo non mente quando dice che digiuna 2 volte la settimana, paga la decima, non è adultero… e il pubblicano riconosce giustamente di essere un pubblico peccatore): in questo si possono dire giusti ma alla maniera umana, che conta i crediti e i debiti e stabilisce una giustizia “da mercato”, a tanto corrisponde tanto.
Nei due differenti modi di pregare notiamo che il fariseo parte bene con l’intenzione di ringraziare Dio ma poi si perde in uno sterile elenco di cose che non sono lui e che non lo riguardano: la sua preghiera è infatti in negativo (“ti ringrazio perché non sono adultero, ladro, ingiusto”)…la preghiera del pubblicano parte invece dalla considerazione di sé e riconosce il suo stato di peccatore al quale non può togliere nulla se non con la misericordia e la giustizia di Dio, non degli uomini.
Ecco ritornare anche questa domenica il tema del giusto giudice, colui che non fa preferenza di persona e che ascolta la preghiera del misero e di colui che come il pubblicano di sfoga nel lamento e venera Dio invece che se stesso, di colui che nell’UMILTA’ riconosce di non poter aggiungere o togliere nulla alla propria condizione di peccatore bisognoso della misericordia di Dio.
Se ci si accosta alla Parola con l’umiltà e la disponibilità di essere modellati da Essa, dal Verbo di Dio fattosi uomo, Gesù, non si può che “tornare a casa giustificati” (Lc 18,14) e consapevoli del fatto che “la nostra preghiera avrà penetrato le nubi per giungere all’Altissimo” (Sir 35,17-18): come san Paolo potremo dire allora che le nostre vele si saranno spiegate proprio nel momento in cui tutto attorno ci diceva che il nostro viaggio stava per terminare: riconoscere con umiltà e verità che si è piccoli davanti a Dio e bisognosi della sua grazia è il punto di partenza per ogni buona preghiera.
La parola Gesù mette a nudo il nostro modo di pensare per farci toccare con mano quanto poco evangelici possiamo essere pur nella convinzione di non essere poi dei cattivi cristiani. Quanti di noi, leggendo questo brano di Vangelo, possono dire di non aver fatto, in cuor loro, questa preghiera: “Grazie Signore perché non sono come questo fariseo antipatico che oltre a non saper pregare disprezza questo povero pubblicano..” eccoci svelati a noi stessi per quello che neppure lontanamente pensavamo di essere: dei nuovi farisei lontani dal modo di pensare di Gesù e lontani dal suo modo di pregare, ai quali egli stesso “dedica” questa parabola (per quelli che “disprezzano gli altri”, Lc 18,9).
E ancora: Gesù racconta questa parabola anche per coloro che “pensano di essere giusti” (Lc 18,9). Se guardiamo ai due differenti modi di pregare che utilizzano il fariseo e il pubblicano ci accorgiamo di una cosa: entrambi dicono la verità (il fariseo non mente quando dice che digiuna 2 volte la settimana, paga la decima, non è adultero… e il pubblicano riconosce giustamente di essere un pubblico peccatore): in questo si possono dire giusti ma alla maniera umana, che conta i crediti e i debiti e stabilisce una giustizia “da mercato”, a tanto corrisponde tanto.
Nei due differenti modi di pregare notiamo che il fariseo parte bene con l’intenzione di ringraziare Dio ma poi si perde in uno sterile elenco di cose che non sono lui e che non lo riguardano: la sua preghiera è infatti in negativo (“ti ringrazio perché non sono adultero, ladro, ingiusto”)…la preghiera del pubblicano parte invece dalla considerazione di sé e riconosce il suo stato di peccatore al quale non può togliere nulla se non con la misericordia e la giustizia di Dio, non degli uomini.
Ecco ritornare anche questa domenica il tema del giusto giudice, colui che non fa preferenza di persona e che ascolta la preghiera del misero e di colui che come il pubblicano di sfoga nel lamento e venera Dio invece che se stesso, di colui che nell’UMILTA’ riconosce di non poter aggiungere o togliere nulla alla propria condizione di peccatore bisognoso della misericordia di Dio.
Se ci si accosta alla Parola con l’umiltà e la disponibilità di essere modellati da Essa, dal Verbo di Dio fattosi uomo, Gesù, non si può che “tornare a casa giustificati” (Lc 18,14) e consapevoli del fatto che “la nostra preghiera avrà penetrato le nubi per giungere all’Altissimo” (Sir 35,17-18): come san Paolo potremo dire allora che le nostre vele si saranno spiegate proprio nel momento in cui tutto attorno ci diceva che il nostro viaggio stava per terminare: riconoscere con umiltà e verità che si è piccoli davanti a Dio e bisognosi della sua grazia è il punto di partenza per ogni buona preghiera.
